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Renzi e Cofferati
Ieri, mentre preparavo la cena, mi sono vista la puntata di In Onda su La7 di qualche giorno fa. Avevo letto su Il Post che c’era stato un confronto tra Matteo Renzi e Sergio Cofferati e volevo vedere un po’ se alcune mie teorie erano confermabili.
Ebbene si. E’ proprio così. L’idea di politica di Renzi è un po’ come l’idea di mangiar bene che ha chi fa la spesa ad occhi chiusi comprando tutto alla Lidl.
Devo dire che tante volte in tanti anni di attività politica piccola come quella che ho fatto io, mi sono incastrata dentro al concetto di “conflitto generazionale” e devo dire che occorre un bello sforzo per capire che la storia è sempre e comunque una funzione continua, non discreta.
Il senso di onnipotenza, quello che traspare dalle parole di Renzi, è sempre perdente: si è fatto cooptare (così dice lui! All’epoca segretario provinciale del suo partito! Ma pensa che proprio tutti gli italiani ignorino i fondamentali della vita politica?) a 29 anni come presidente della Provincia come altri “giovani” della politica hanno lasciato fare da tanti anni per garantirsi un posto da portaborse qui o in Europa. Io non li biasimo, anzi. Ma poi non cerchino sempre di raccontarmi che sono la politica migliore. Perchè la propria autonomia l’hanno svenduta presto senza poi manifestare lo sforzo di un impegno personale serio.
“Oh, come puoi tu giudicare?”
Posso. Se non altro perchè lui è pure 4 anni più vecchio di me. Prendiamo il linguaggio, le parole: c’è un gap tra Cofferati e Renzi nell’intervista a In Onda di dimensioni colossali. La cosa più difficile da fare in politica è dimostrare di saper mantenere una pulizia nelle parole, sapersi dimostrare esempio di correttezza, riconoscere che il senso attraversa i modi. Si possono avere gran belle idee: ma il modo in cui si fanno uscire, si incanalano è fondamentale. E se non fai la fatica dello studio, della ricerca, dell’attenzione in dettagli come questi, beh, ben poco mi posso fidare di te.
E non solo di te.
Tanto più quando porti avanti idee che non mi convincono, anzi, non mi sfiorano neppure.
Non dico che non abbia sbagliato la classe dirigente, non solo politica, al potere oggi. Ha sbagliato, assieme alla società tutta che non si è fatta stimolo collettivo per un’inversione di tendenza mentre la tendenza si manifestava. E gli errori del non pensare, ricercare, indagare, gli errori del non educare, del non trasmettere, beh, li paghiamo tutt’oggi. Ma non si può giudicare la storia.
Ho sentito spesso Renzi straparlare. Ma non ho mai capito quali sono i suoi “padri spirituali”. Non l’ho mai sentito dire grazie, essere esempio di umiltà, dare fiducia. Non so di lui che libri giudica importanti per la sua affermazione politica. E non capisco se conosce la differenza tra potere e potenza.
Non mi è chiaro se saprebbe spiegarmi la struttura del consenso che si è costruito negli anni. E non sono certa mi sappia spiegare, quando dice che occorre essere la sinistra che vuole vincere, quali metodi clientelari si possono definire leciti e quali no. Perché è questo il problema: se guardo alla mia regione io so chi, per nome e cognome, condanno. Ma ci sono anche svariati giovani che hanno imparato alla stessa scuola che vorrei condannare. Non è quindi una questione d’età.
E la cosa che più mi rattrista, dentro a un dibattito che tutto è tranne che politico e nuovo, è che questa cosa qui, questo chiacchiericcio mediocre, riceve eco, viene ripreso, ha una qualche forma di legittimazione. E così, usando basi che non portano a nulla da che mondo è mondo, riprendendo gli stessi strumenti, si diventa gattopardiani in maniera ridicola.
Prendiamo il tema pensioni ad esempio: ma com’è possibile che chi ricopre un ruolo pubblico, non dico un giornalista, faccia paragoni tra età pensionistica italiana e svedese? Com’è possibile che pur di creare consenso tra l’opinione pubblica si affumichi la verità, si annulli la società italiana per quello che è? Dov’è la mobilità? Dov’è la formazione continua? Dove sono le proposte per dare senso a asticelle che si alzano così, in base a pseudo matematica?
In un paese che da 40 anni convive tra falsità, omicidi irrisolti, commistioni tra mafia e politica, giornalismo scadente, la rottura dovrebbe essere culturale, non generazionale. Invece qui non si riesce a rompere neppure 20 anni fallimentari di culto della personalità: Berlusconi ha dimostrato che il personalismo fallisce perchè richiede una costruzione del consenso “costosa” in termini etici e morali.
Renzi e tanti altri mi pare non abbiano imparato neppure questo…
P.S: E poi diciamocelo, c’è un grande problema di curiosità, di relazioni, di cultura politica se Renzi non conosce Cofferati di persona! Ma che razza di partito è il PD se i suoi dirigenti manco si bevono mai un caffè assieme? Dove parlano di politica? Mah.
P.S2: Mi chiedo se Renzi, quando incontra un vecchio partigiano, ascolta le parole che questi gli racconta e le assimila, s’interroga su cosa sia successo, oppure semplicemente appiattisce la storia. Mah…
Per far passare il tempo
Prima di andare a dormire, mentre ho ancora nelle orecchie Annozero, gioco col mio nuovo Mac. E ascoltando le parole giustizia, Belpietro, guardando sta nefandezza di trasmissione (e non per tv, ma in rete), beh, mi viene in mente un post di qualche mese fa. Questo. Sull’idea di fare politica in base a questioni di basso profilo. Su quanto male fa alla politica italiana. Alla democrazia. A tutti noi.
Intanto scribacchio su Twitter e leggo l’indignazione che sorge in chi guarda Annozero. La gente per queste cose ha il coraggio di indignarsi. A me di Fini e delle sue case e cucine non me ne frega niente. Conservo l’indignazione per qualcos’altro. Per le cose non dette. Come sta L’Aquila? Quale piano di sviluppo industriale per la ripresa dalla crisi? Insegnatemi a leggere i segnali del cambiamento, spiegatemi la crisi. Spiegatemi dove finiscono i soldi investiti in ricerca in Italia, dove finiscono i fondi per le politiche giovanili. Quanto si spende in rotonde? Quanto valgono le immondizie? Come sopravvivono alla luce del sole aziende straripanti di dipendenti in nero? La mia pancia s’indigna per la fame degli altri e dei dossier non me ne frega niente.
La verità signori, raccontatemi la verità. La verità gente, chiediamo la verità.
E le favole inventiamocele tra noi.
Povero Friuli
In questi giorni vari elementi mi spingono a credere nell’esistenza di un mondo parallelo dentro al quale mi sia capitato di essere finita per il troppo lamentarmi di questa vita qui. Lo dicono certe stupide storielle, ma pure avvenimenti ambientali che stravolgono il mio abituale punto di vista. Cosa sta succedendo al Friuli??? Da regione mediamente tranquilla, o apparentemente capace di lavarsi i suoi panni in casa pare essersi trasformata in terra zeppa di manie di protagonismo, cronaca nera, disgrazie.
- Ai confini orientali è stato arrestato un serial killer di prostitute solo pochi giorni fa
-Ieri un abitante di Sacile dalla disperazione a Lucca ha fatto fuori se stesso e i dirigenti dell’azienda dove lavorava fino a qualche tempo fa
-E’ stata sgominata di bresciani dediti all’usura, una fitta rete che aveva messo al lastrico a quanto pare pure un po’ di pordenonesi…
Io leggo tutto questo (e per una volta non si può “risolvere tutto” puntando il dito verso i migranti) e non mi stupisco tanto dei fatti in sé, quanto della loro dimensione. E’ come se questo microcosmo di equilibri silenziosi, di apparenze socialmente accettate e tacitamente reinterpretate si stesse frantumando, in maniera rumorosa…
Poi ieri ho letto qui (ma ne ha parlato anche l’Espresso!) di questo progetto veramente interessante che parte da un’idea, una cosa che non conoscevo:
Perché nella lingua friulana la parola felice non esiste? Perché per esprimere questo concetto vengono utilizzate parole come beat o content, che indicano una soddisfazione solo temporanea, precaria?
E’ solo un caso, una bizzarra coincidenza linguistica, oppure l’indizio di una peculiarità più profonda del popolo Friulano?
Il trailer lo trovate qui! (per chi non ci capisce niente esiste anche la versione con i sottotitoli… io comunque è 30 anni che cerco di imparare invano…:P)
Festival dell’economia a Trento
Anche se con qualche giorno di ritardo rispetto ai fatti, come non raccontare la mia prima volta al Festival Economia di Trento?
Il mio obiettivo era beh, ascoltare dal vivo Luca De Biase, che considero molto bravo. E per riuscire a fare questo incrociando purtroppo i mille impegni del week end mi sono svegliata presto per la presentazione del libro “L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro” di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi. Devo dire che la cosa più affascinante è stata trovarmi in una sala praticamente vuota e davanti i due autori, De Biase e niente meno che a Alexander Stille, giornalista americano molto molto famoso (personaggino tra l’altro!).
Ora se ne potrebbe parlare per ore della simbologia che questo ha: io ero lì un’ora prima temendo di non trovare posto e invece avrei potuto arrivare anche dopo mezz’ora. E paradossalmente si parlava di informazione. Forse il problema è che la questione non sta tanto nel mezzo di comunicazione quanto nella comunicazione in sé…
E’ vero che nell’assenza di una capacità di senso rispetto al futuro dell’informazione si vagheggia un po’ su tutto, ma a me ha fatto un po’ ridere pensare all’importanza che veniva data al nuovo iPad, oggetto che non ho neppure mai visto. Capisco prendersi per tempo, ma mi sembrava di avere a che fare con degli extra terrestri, con persone al di fuori di ogni spazio e ogni tempo.
Io mica ce li vedo i siori del paese, principali acquirenti dei quotidiani locali, che gironzolano il dito su una tavoletta tra un caffè e una briscola! E per come vedo le cose non mi pare ci sia necessità/domanda/esigenza di bar tanto diversi da questi per i prossimi 15 anni.
Piroso e il giornalismo italiano
Antonello Piroso ammetto che prima di essere un giornalista secondo me è proprio un figo. Quindi ogni giudizio che posso dare di lui risulta essere drogato da una simpatia di parte che va oltre ogni considerazione sul suo lavoro. Poi però bisogna pure dire che è anche bravo in quello che fa. Perchè è vero che pur assumendo un suo punto di vista, in un qualche modo dichiarato, sta lì non a caccia dei consensi e dei fan. Stà in maniera coerente, indipendentemente da quanto accade.
Comunque magari è solo l’impressione che mi da, non riuscendo a seguire con una certa costanza La7. Nonostante tutto però, nonostante la tv dicasa malfunzionante, ecco che sono riuscita a vedere la puntata dedicata a Walter Tobagi, trasmessa qualche sera fa. L’ho incrociata sul sito de La7, dove la si può vedere “in differita”, per la precisione qui. Vi avviso: dura 2 ore. Ma si può mettere in pausa e guardare a pezzi. Ecco, ci sono titoli di libri, pezzi di storia, elementi che inducono alla riflessione e poi c’è una certa riflessione sul mondo del giornalismo di ieri e di oggi estremamente forte.
[Quando avevo 18 anni e l'età per avere sogni avrei voluto tanto diventare giornalista. Ma poi ho visto i grandi giornalisti all'opera e così mi sono accorta che ci voleva stomaco ad accettare quel mondo lì. Peccato che nessuno all'epoca potesse spiegarmi che tutti i mondi fanno schifo allo stesso modo e adesso forse è troppo tardi (o forse no?). In fondo se ci fossero anche solo frammenti di mondo fatti bene e funzionanti non vi sarebbe tutto questo malstare diffuso, sottopelle, lamentoso. Non vi sarebbero tante ingiustizie sociali e contraddizioni. Comunque questo non ci azzecca con il discorso iniziale.]
Insomma grazie alla visione di questo documentario ho trovato che gli scritti di Tobagi sono stati raccolti da Franco Abruzzo e sono scaricabili dal suo sito. Si possono scaricare. Si possono leggere. Si può raccontare e non dimenticare.
L’eroe
Leggo che domenica (ieri) Emilio Fede abbia avuto necessità di esplicitare il fatto che per lui Roberto Saviano “non è un eroe”.
Sabato, mentre ero a Vicino Lontano, un signore di una certa età si è allontanato dall’incontro con Umberto Ambrosoli e Gherardo Colombo sbottando qualcosa del tipo: “Basta, non se ne può più, lo trattano come un santo, un eroe, solo per essere figlio di suo padre. E suo padre… Sembra che tutti i morti siano santi e eroi”, riferendosi ad Ambrosoli ovviamente.
Eroi in fondo nel pensiero comune sono gente come Batman, Spiderman, Achille, Ulisse: frutti della fantasia più o meno certa.
Quindi, detto tra noi, penso abbiano ragione Fede e il signore anziano. Perchè Saviano è vivo in carne ed ossa, Ambrosoli è vissuto sul serio. E così tante altre persone che hanno scelto di dedicarsi fino all’ultimo al proprio lavoro. Purtroppo non son frutto della fantasia, nè del mito. E quindi non sono perfetti e senza macchia, secondo l’idea mistica di eroe (che magari si vorrebbe pure stra gnocco). Ma dibattere sugli attributi, forse è la miglior cosa che sappiano fare gli uomini quando si sentono in difficoltà…
“Beato il popolo che non ha bisogno di eroi” Bertolt Brecht (forse)
DIG_IT
Ascoltanto l’intervento di Luca De Biase (chissà se una sera riuscirò ad andarci a cena?) al festival internazionale del giornalismo di Perugia ho scovato questo esperimento giornalistico italiano DIG_IT, una sorta di tentativo di unire la domanda di inchiesta giornalistica alla disponibilità economica per portarla avanti. In fondo è un’idea intelligente, no? (E’ la mia stessa idea di due anni fa quando cercavo un mecenate per il Master che non posso fare senza sponsor, magari a loro funzia meglio
) Quante belle opere d’arte sono state regalate all’Italia in passato seguendo un sistema pressapoco simile? Ad esempio i Medici: sovvenzionarono Botticelli e Pico della Mirandola, tanto per dire…
Comunque se io fossi il lettore “coi bes” per sovvenzionargli l’inchiesta, al di là del fatto che barerei (ossia chiederei di far svolgere la ricerca a me medesima rigirando i nomi, cercando di diventare famosa e venir invitata a cena tra gli illustri guru del giornalismo italiano), certo nel vedere gli esempi riportati nel sito forse forse ci penserei un po’ su prima di impegnare il mio fondo dentista nelle loro mani. Guardate questo servizio: che dato mette in evidenza? Una netta assimetria di genere… Sarà mica normale? Specie poi se il pezzo parte dal presupposto di parlare di un fenomeno largamente diffuso.
Così, magari questo è solo un esempietto messo lì, però secondo me il pubblico vorrebbe la verità raccontata bene se solo ci fosse qualcuno che si sforzasse a mostrargli che la verità e la bellezza non si contraddicono per forza, come paiono dirci normalmente giornali, internet e tv.

