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Segnalazione: “In me non c’è che futuro”
Per chi si fosse perso domenica scorsa su Rai5 il documentario “In me non c’è che futuro” su Adriano Olivetti e sull’organizzazione del lavoro negli stabilimenti Olivetti, segnalo la possibilità di vederlo in streaming ancora per qualche giorno (immagino fino a sabato…) direttamente dal sito della Rai.
E’ un documentario veramente bello, andrebbe mostrato nelle scuole ed utilizzato per formare i lavoratori del futuro. Ed è attualissimo: c’è un bel passaggio nel video dove un ex sindacalista FIOM ricorda la diversità di comportamento che negli stessi anni veniva tenuta dai dirigenti FIAT ai tempi degli Agnelli della linea dura e dai dirigenti Olivetti. Dopo l’ennesima prova di forza da parte della FIAT di Marchionne, con la messa in mobilità di 19 dipendenti per riassumere, come da sentenza del tribunale, 19 licenziati FIOM, credo che solo una nuova cultura del lavoro possa cancellare una vecchia cultura d’impresa che poco bene fa al nostro Paese e alle nostre comunità.
Insomma, fatevi un favore: guardatelo.
E se guardandolo penserete che dove lavorate voi è tutto così com’era ad Ivrea negli anni ’50, beh, fatemi un fischio, ho il curriculum pronto
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I servi, i potenti e le tv locali
Ebbene, prima di andare in ferie non posso evitare di commentare i fatti, non più troppo recenti, relativi allo “scandalo” delle interviste a pagamento per le tv locali che hanno coinvolto i consiglieri regionali dell’Emilia Romagna.
Su, signori: così fan non tutti, ma molti e anche peggio. Molto, molto peggio.
Attenzione: voglio partire dal presupposto che in tutto questo non ci sia niente di illegale, che anche il “peggio” che io intendo sia in realtà lecito.
Perché la gravità va giudicata nel campo del come è giusto e come è sbagliato fare politica. Almeno secondo me.
Ma riassumiamo brevemente i fatti: a quanto pare quando in Emilia Romagna si elegge il nuovo consiglio regionale i vari consiglieri vengono contattati dalle tv locali per sottoscrivere un contratto e garantirsi così uno spazio nelle reti televisive. Altrimenti, dicono, gratis nessuno li calcola.
Il PD dichiara che non è vero che così fan tutti: loro non pagano nessuno. Ovviamente i consiglieri dell’opposizione, tra cui un grillino, non ci stanno e dichiarano che è facile per il PD, le tv sono le sue e bla bla bla.
Non so se giornalisticamente ciò sia lecito oppure no, certo che anche la Rai spesso fa sospettare di ricever le sue marchette (interviste per presentare autori di libri sconosciutissimi neanche fossero la rivelazione dell’anno ad esempio non mancano mai), ma ripeto non voglio entrare nel merito “legale”.
Però non posso fare a meno di fare un paragone tra quanto accaduto in Emilia Romagna e quanto accade in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto orientale: anche qui le tv private locali abbondano e, è bene saperlo, hanno il loro pubblico molto sostenuto.
Qualche anno fa il telegiornale di Gigi di Meo, famoso direttore di Telepordenone, risultò essere tra i più visti localmente: è un tg che dura quasi due ore e c’è spazio per tutti e per tutto.
Di li passano tutti i politici locali, le associazioni, chi vuole farsi vedere. Tutti o quasi: perché da anni Rifondazione in Friuli ad esempio e altre associazioni si rifiutano di affiancare il proprio nome a quelle di Di Meo.
Qual è infatti il danno d’immagine maggiore? E’ più grave non farsi vedere in tv o starci alle regole del conduttore che non perde occasione di esprimere il proprio agghiacciante giudizio su rom, migranti e quant’altro?
Dico Rifondazione in Friuli perché ad altri questo spettacolino fa comunque comodo: devi farti vedere, devi mostrarti, altrimenti non esisti.
Una volta mi capitò di intervenire per alcuni minuti a questo fantomatico tg: per ragioni strettamente di lavoro, nulla di che. Però mi toccò sorbirmi tutta la parte che venne prima: compreso il quadretto di Di Meo che sventolava la tessera di Forza Italia durante la pubblicità sghignazzando con il dottor Tirelli del CRO di Aviano e con un giovane leghista pordenonese che all’epoca si mise in sciopero della fame per protestare contro non so cosa (è stato espulso qualche anno fa dalla Lega per tramacci poco puliti…).
Quando con qualche politicante o apprendista tale del centro sinistra o dei grillini mi è capitato di dire che dare audience a certa gente è come buttar via il valore di quel che si dice o avvalorare quanto il conduttore andrà a dire 5 minuti dopo, beh, mi han sempre risposto cose del tipo “Ah, ma io non gli lecco il sedere, io non gli do mica sempre ragione, io ci litigo” oppure “ahahahah, ma suvvia, è un personaggio, bisogna prenderlo così come viene” etc etc.
E intanto il capitale di costui si ingrossa, il pubblico lo adora, quando lui parla la gente e la politica locale o gli da ragione o tace.
A volte sembra quasi fare la parte del saggio consigliere. Da quell’impressione li. È solo un’impressione?
Intanto se è andata crescendo per molto tempo la percezione locale di vivere in una città insicura beh, è anche grazie a lui.
E se talvolta sente in crisi la sua popolarità gli è sufficiente dire che si candiderà a qualcosa: furor di popolo a sostenerlo!
Lui si diverte e quando passa per strada è uno dei pochi per cui la gente si ferma e dice “Hai visto? Hai visto chi c’è?”
E’ uno di quelli che quando mi capitava di incrociare trovandomi in compagnia di amiche venute da fuori indicavo come attrattiva locale, al pari del Duomo.
È uno di quelli che quando per caso mi capita di vederlo intervistare qualche politico locale ecco, riesce a farmi provar disgusto verso l’intervistato. Perché sta li a fare il servo, l’uomo di turno, a farsi compiacere dal brizzolato capo sala che ha davanti sperando di farsi chiamare una seconda volta, e poi una terza.
Se qualcuno ha qualche dubbio sul potere che ancora hanno queste piccole televisioni locali, beh, dovrebbe assistere a qualcuno di questi siparietti.
E se a volte a prender parte a certi teatrini sono le associazioni che si devono promuovere, i ragazzini della squadra di calcio, per carità, niente da dire.
Ma ecco che quando a farlo è chi ha la tutela della nostra libertà in mano, beh, ecco, provo disgusto.
Specie quando vedo che è chi dovrebbe rappresentare il centro sinistra a cedere alle lusinghe della tv.
Se sai far notizia che bisogno c’è di marchette economiche o “morali”?
Ed ecco adesso ognuno guardi alla sua provincia, alle proprie tv locali e si domandi: quale terremoto dovrebbe saltar fuori prima che a qualcuno venga voglia di indagare ad esempio se sono tutte in regola?
Neppure il minimo sospetto ha spazio in una comunità che si costruisce anche attraverso l’apparire in tv, in quelle tv li.
“La libertà non è star sotto a un albero
Non è il volo di un moscone…”
La libertà è tanto altro, compreso il non chinare la testa pur di apparire in televisione.
P.S.: Spero che questo sia un esempio che faccia capire come avere la fedina penale pulita sia un modo mediocre per valutare la rettitudine di chi si candida a fare politica.
Renzi e Cofferati
Ieri, mentre preparavo la cena, mi sono vista la puntata di In Onda su La7 di qualche giorno fa. Avevo letto su Il Post che c’era stato un confronto tra Matteo Renzi e Sergio Cofferati e volevo vedere un po’ se alcune mie teorie erano confermabili.
Ebbene si. E’ proprio così. L’idea di politica di Renzi è un po’ come l’idea di mangiar bene che ha chi fa la spesa ad occhi chiusi comprando tutto alla Lidl.
Devo dire che tante volte in tanti anni di attività politica piccola come quella che ho fatto io, mi sono incastrata dentro al concetto di “conflitto generazionale” e devo dire che occorre un bello sforzo per capire che la storia è sempre e comunque una funzione continua, non discreta.
Il senso di onnipotenza, quello che traspare dalle parole di Renzi, è sempre perdente: si è fatto cooptare (così dice lui! All’epoca segretario provinciale del suo partito! Ma pensa che proprio tutti gli italiani ignorino i fondamentali della vita politica?) a 29 anni come presidente della Provincia come altri “giovani” della politica hanno lasciato fare da tanti anni per garantirsi un posto da portaborse qui o in Europa. Io non li biasimo, anzi. Ma poi non cerchino sempre di raccontarmi che sono la politica migliore. Perchè la propria autonomia l’hanno svenduta presto senza poi manifestare lo sforzo di un impegno personale serio.
“Oh, come puoi tu giudicare?”
Posso. Se non altro perchè lui è pure 4 anni più vecchio di me. Prendiamo il linguaggio, le parole: c’è un gap tra Cofferati e Renzi nell’intervista a In Onda di dimensioni colossali. La cosa più difficile da fare in politica è dimostrare di saper mantenere una pulizia nelle parole, sapersi dimostrare esempio di correttezza, riconoscere che il senso attraversa i modi. Si possono avere gran belle idee: ma il modo in cui si fanno uscire, si incanalano è fondamentale. E se non fai la fatica dello studio, della ricerca, dell’attenzione in dettagli come questi, beh, ben poco mi posso fidare di te.
E non solo di te.
Tanto più quando porti avanti idee che non mi convincono, anzi, non mi sfiorano neppure.
Non dico che non abbia sbagliato la classe dirigente, non solo politica, al potere oggi. Ha sbagliato, assieme alla società tutta che non si è fatta stimolo collettivo per un’inversione di tendenza mentre la tendenza si manifestava. E gli errori del non pensare, ricercare, indagare, gli errori del non educare, del non trasmettere, beh, li paghiamo tutt’oggi. Ma non si può giudicare la storia.
Ho sentito spesso Renzi straparlare. Ma non ho mai capito quali sono i suoi “padri spirituali”. Non l’ho mai sentito dire grazie, essere esempio di umiltà, dare fiducia. Non so di lui che libri giudica importanti per la sua affermazione politica. E non capisco se conosce la differenza tra potere e potenza.
Non mi è chiaro se saprebbe spiegarmi la struttura del consenso che si è costruito negli anni. E non sono certa mi sappia spiegare, quando dice che occorre essere la sinistra che vuole vincere, quali metodi clientelari si possono definire leciti e quali no. Perché è questo il problema: se guardo alla mia regione io so chi, per nome e cognome, condanno. Ma ci sono anche svariati giovani che hanno imparato alla stessa scuola che vorrei condannare. Non è quindi una questione d’età.
E la cosa che più mi rattrista, dentro a un dibattito che tutto è tranne che politico e nuovo, è che questa cosa qui, questo chiacchiericcio mediocre, riceve eco, viene ripreso, ha una qualche forma di legittimazione. E così, usando basi che non portano a nulla da che mondo è mondo, riprendendo gli stessi strumenti, si diventa gattopardiani in maniera ridicola.
Prendiamo il tema pensioni ad esempio: ma com’è possibile che chi ricopre un ruolo pubblico, non dico un giornalista, faccia paragoni tra età pensionistica italiana e svedese? Com’è possibile che pur di creare consenso tra l’opinione pubblica si affumichi la verità, si annulli la società italiana per quello che è? Dov’è la mobilità? Dov’è la formazione continua? Dove sono le proposte per dare senso a asticelle che si alzano così, in base a pseudo matematica?
In un paese che da 40 anni convive tra falsità, omicidi irrisolti, commistioni tra mafia e politica, giornalismo scadente, la rottura dovrebbe essere culturale, non generazionale. Invece qui non si riesce a rompere neppure 20 anni fallimentari di culto della personalità: Berlusconi ha dimostrato che il personalismo fallisce perchè richiede una costruzione del consenso “costosa” in termini etici e morali.
Renzi e tanti altri mi pare non abbiano imparato neppure questo…
P.S: E poi diciamocelo, c’è un grande problema di curiosità, di relazioni, di cultura politica se Renzi non conosce Cofferati di persona! Ma che razza di partito è il PD se i suoi dirigenti manco si bevono mai un caffè assieme? Dove parlano di politica? Mah.
P.S2: Mi chiedo se Renzi, quando incontra un vecchio partigiano, ascolta le parole che questi gli racconta e le assimila, s’interroga su cosa sia successo, oppure semplicemente appiattisce la storia. Mah…
Per far passare il tempo
Prima di andare a dormire, mentre ho ancora nelle orecchie Annozero, gioco col mio nuovo Mac. E ascoltando le parole giustizia, Belpietro, guardando sta nefandezza di trasmissione (e non per tv, ma in rete), beh, mi viene in mente un post di qualche mese fa. Questo. Sull’idea di fare politica in base a questioni di basso profilo. Su quanto male fa alla politica italiana. Alla democrazia. A tutti noi.
Intanto scribacchio su Twitter e leggo l’indignazione che sorge in chi guarda Annozero. La gente per queste cose ha il coraggio di indignarsi. A me di Fini e delle sue case e cucine non me ne frega niente. Conservo l’indignazione per qualcos’altro. Per le cose non dette. Come sta L’Aquila? Quale piano di sviluppo industriale per la ripresa dalla crisi? Insegnatemi a leggere i segnali del cambiamento, spiegatemi la crisi. Spiegatemi dove finiscono i soldi investiti in ricerca in Italia, dove finiscono i fondi per le politiche giovanili. Quanto si spende in rotonde? Quanto valgono le immondizie? Come sopravvivono alla luce del sole aziende straripanti di dipendenti in nero? La mia pancia s’indigna per la fame degli altri e dei dossier non me ne frega niente.
La verità signori, raccontatemi la verità. La verità gente, chiediamo la verità.
E le favole inventiamocele tra noi.
Povero Friuli
In questi giorni vari elementi mi spingono a credere nell’esistenza di un mondo parallelo dentro al quale mi sia capitato di essere finita per il troppo lamentarmi di questa vita qui. Lo dicono certe stupide storielle, ma pure avvenimenti ambientali che stravolgono il mio abituale punto di vista. Cosa sta succedendo al Friuli??? Da regione mediamente tranquilla, o apparentemente capace di lavarsi i suoi panni in casa pare essersi trasformata in terra zeppa di manie di protagonismo, cronaca nera, disgrazie.
- Ai confini orientali è stato arrestato un serial killer di prostitute solo pochi giorni fa
-Ieri un abitante di Sacile dalla disperazione a Lucca ha fatto fuori se stesso e i dirigenti dell’azienda dove lavorava fino a qualche tempo fa
-E’ stata sgominata di bresciani dediti all’usura, una fitta rete che aveva messo al lastrico a quanto pare pure un po’ di pordenonesi…
Io leggo tutto questo (e per una volta non si può “risolvere tutto” puntando il dito verso i migranti) e non mi stupisco tanto dei fatti in sé, quanto della loro dimensione. E’ come se questo microcosmo di equilibri silenziosi, di apparenze socialmente accettate e tacitamente reinterpretate si stesse frantumando, in maniera rumorosa…
Poi ieri ho letto qui (ma ne ha parlato anche l’Espresso!) di questo progetto veramente interessante che parte da un’idea, una cosa che non conoscevo:
Perché nella lingua friulana la parola felice non esiste? Perché per esprimere questo concetto vengono utilizzate parole come beat o content, che indicano una soddisfazione solo temporanea, precaria?
E’ solo un caso, una bizzarra coincidenza linguistica, oppure l’indizio di una peculiarità più profonda del popolo Friulano?
Il trailer lo trovate qui! (per chi non ci capisce niente esiste anche la versione con i sottotitoli… io comunque è 30 anni che cerco di imparare invano…:P)
Festival dell’economia a Trento
Anche se con qualche giorno di ritardo rispetto ai fatti, come non raccontare la mia prima volta al Festival Economia di Trento?
Il mio obiettivo era beh, ascoltare dal vivo Luca De Biase, che considero molto bravo. E per riuscire a fare questo incrociando purtroppo i mille impegni del week end mi sono svegliata presto per la presentazione del libro “L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro” di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi. Devo dire che la cosa più affascinante è stata trovarmi in una sala praticamente vuota e davanti i due autori, De Biase e niente meno che a Alexander Stille, giornalista americano molto molto famoso (personaggino tra l’altro!).
Ora se ne potrebbe parlare per ore della simbologia che questo ha: io ero lì un’ora prima temendo di non trovare posto e invece avrei potuto arrivare anche dopo mezz’ora. E paradossalmente si parlava di informazione. Forse il problema è che la questione non sta tanto nel mezzo di comunicazione quanto nella comunicazione in sé…
E’ vero che nell’assenza di una capacità di senso rispetto al futuro dell’informazione si vagheggia un po’ su tutto, ma a me ha fatto un po’ ridere pensare all’importanza che veniva data al nuovo iPad, oggetto che non ho neppure mai visto. Capisco prendersi per tempo, ma mi sembrava di avere a che fare con degli extra terrestri, con persone al di fuori di ogni spazio e ogni tempo.
Io mica ce li vedo i siori del paese, principali acquirenti dei quotidiani locali, che gironzolano il dito su una tavoletta tra un caffè e una briscola! E per come vedo le cose non mi pare ci sia necessità/domanda/esigenza di bar tanto diversi da questi per i prossimi 15 anni.
Piroso e il giornalismo italiano
Antonello Piroso ammetto che prima di essere un giornalista secondo me è proprio un figo. Quindi ogni giudizio che posso dare di lui risulta essere drogato da una simpatia di parte che va oltre ogni considerazione sul suo lavoro. Poi però bisogna pure dire che è anche bravo in quello che fa. Perchè è vero che pur assumendo un suo punto di vista, in un qualche modo dichiarato, sta lì non a caccia dei consensi e dei fan. Stà in maniera coerente, indipendentemente da quanto accade.
Comunque magari è solo l’impressione che mi da, non riuscendo a seguire con una certa costanza La7. Nonostante tutto però, nonostante la tv dicasa malfunzionante, ecco che sono riuscita a vedere la puntata dedicata a Walter Tobagi, trasmessa qualche sera fa. L’ho incrociata sul sito de La7, dove la si può vedere “in differita”, per la precisione qui. Vi avviso: dura 2 ore. Ma si può mettere in pausa e guardare a pezzi. Ecco, ci sono titoli di libri, pezzi di storia, elementi che inducono alla riflessione e poi c’è una certa riflessione sul mondo del giornalismo di ieri e di oggi estremamente forte.
[Quando avevo 18 anni e l'età per avere sogni avrei voluto tanto diventare giornalista. Ma poi ho visto i grandi giornalisti all'opera e così mi sono accorta che ci voleva stomaco ad accettare quel mondo lì. Peccato che nessuno all'epoca potesse spiegarmi che tutti i mondi fanno schifo allo stesso modo e adesso forse è troppo tardi (o forse no?). In fondo se ci fossero anche solo frammenti di mondo fatti bene e funzionanti non vi sarebbe tutto questo malstare diffuso, sottopelle, lamentoso. Non vi sarebbero tante ingiustizie sociali e contraddizioni. Comunque questo non ci azzecca con il discorso iniziale.]
Insomma grazie alla visione di questo documentario ho trovato che gli scritti di Tobagi sono stati raccolti da Franco Abruzzo e sono scaricabili dal suo sito. Si possono scaricare. Si possono leggere. Si può raccontare e non dimenticare.

