Discorso del 25 aprile 2012
Il mio intervento in rappresentanza dell’ANPI, il 25 aprile 2012 ad Azzano Decimo
Buongiorno a tutte e a tutti,
è sempre una grandissima emozione intervenire per il 25 aprile.
L’emozione è il sentimento che tocca alla giornate che meritano rispetto e memoria, non per dovere, ma per necessità, perché ancora oggi sono vive e ci insegnano qualcosa.
Qualcosa di cui c’è sempre più bisogno in questi anni, a mano a mano che la storia si fa distante, che chi l’ha vissuta in prima persona ci saluta.
In una lettera che Marisa Ombra, partigiana, vicepresidente nazionale dell’Anpi, ha voluto scrivere quest’anno ai giovani parlando del suo ingresso nella Resistenza ricorda:
“Avevamo tutti piú o meno vent’anni, l’età in cui, normalmente, ci si innamora. […] Non c’era proporzione fra la mia piccolissima vita e l’immane disastro che stava avvenendo là fuori. Ecco una ragione per vivere. Era lí davanti a me, intorno a me. Era il mondo. Era il mio tempo. Erano i luoghi e le persone con cui avevo a che fare. Era il mio presente. La mia vita. Non potevo essere indifferente, starne fuori. Dovevo fare qualcosa.”
E nel leggere queste parole il mio pensiero va ai 25 partigiani, 39 militari, 6 civili azzanesi caduti in battaglia, fucilati nei rastrellamenti, deportati. Azzanesi che avevano pressapoco vent’anni quando misero la vita a servizio della lotta antifascista, a servizio della Patria Italia che sognavano nuova e libera come mai l’avevano conosciuta.
Oggi è una giornata di festa anche grazie a loro.
Ed è di questo grandissimo senso civico, di questo sogno di una Patria nuova che dovremmo oggi avere sete. Di questo grandissimo sogno di un’Italia unita, libera, che dovremmo fare memoria.
Le partigiane e i partigiani, la popolazione che li sostenne, i patrioti, i gruppi di combattimento, i deportati nei campi fascisti e nazisti, i militari in Italia e all’estero hanno combattuto per costruire il sentiero di un Paese che in molti, troppi casi, non hanno poi potuto conoscere.
Oggi c’è chi ancora vorrebbe decostruire la memoria con cui si è fatta l’Italia democratica, provando ad annacquare le responsabilità del fascismo, a dimenticarne la tragedia che rappresentò per il Paese e per l’Europa, parlando in troppe piazze attraverso tragedie contrapposte.
Chi strumentalizza il dolore non porta rispetto per nessuno.
Nei campi di concentramento in Italia e nell’ex Jugoslavia, il fascismo mandò a morire vecchi e bambini, paesi interi, colpevoli soltanto di una lingua diversa o di un’idea. Di quella cultura di sopraffazione e violenza, di guerra, di distruzione e massacro dobbiamo portare memoria.
Affinché non accada mai più.
“Senza memoria non c’è futuro”: perché senza memoria rischiamo di mettere in secondo piano quelle parole che mossero lo spirito di tanti giovani e giovanissimi, di tanta parte sana di quell’Italia che voleva rinascere libera attraverso il lavoro, la dignità, la socialità, la solidarietà, la democrazia, la Costituzione.
Attorno a queste parole si costruì il 25 aprile del ’45. E attorno a queste parole si può ancora sostenere l’Italia: lo sapeva bene chi scrisse la Costituzione, Carta che tanto costò al nostro popolo, oggi così poco consultato nel vedersela modificare.
“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta’ e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Facciamolo vivere l’articolo 3 della nostra Costituzione.
Un presidente della Repubblica Italiana spiegò perché la libertà passa attraverso il lavoro e la dignità:
“Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero! Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io”. Così parlava Sandro Pertini, partigiano.
E la libertà non esiste senza solidarietà: per essere uomini e donne liberi e non oppressori non possiamo girare la testa dall’altra parte leggendo dei migranti rispediti a casa con il nastro adesivo sulla bocca o della condanna della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo al Governo Italiano per i respingimenti dei barconi in Libia.
La socialità data dalla Resistenza, quel permettere per la prima volta a tante donne di uscire dal proprio ruolo di mogli e madri, di rendersi parte attiva della vita pubblica dell’Italia che nasceva, fatta di nord e sud che finalmente si mescolavano, prima nell’esercito e poi nell’obbiettivo comune della Liberazione, è parte integrante di quella libertà che deve valere per l’Italia intera, perchè così la si è voluta, unita e libera tutta, non in base alle ricchezze del momento.
Socialità ed esclusione si oppongono.
E nell’esclusione si mette a margine la partecipazione. Dimenticando ciò che è linfa vitale della democrazia.
Perchè democrazia è partecipazione e democratica è la politica dell’Italia che conosciamo e vogliamo. E oggi che le cronache rischiano di sporcare il tanto di buono che c’è nell’impegno di tantissimi giovani, donne, lavoratori, anziani dentro al mondo della politica, del sindacato, delle associazioni, è tempo di riprendersi l’impegno e la cura, di trovare il tempo per l’attenzione alle istituzioni democratiche tutte. “A cosa serve avere le mani pulite quando si tengono in tasca?” lo spirito di queste parole semplici di don Primo Mazzolari, antifascista e partigiano, il coraggio, i sogni, la vita messa a disposizione di tutti coloro che fecero la lotta di Liberazione in tutte le sue forme, sono lo spirito sano di cui ancora ha bisogno l’Italia. E al loro dobbiamo non solo celebrazioni e corone, ma anche fatti, azioni per portare avanti i loro sogni e ideali. Così sarà per tutti vera giornata di festa.
Nel 1989 si celebrò la caduta del muro di Berlino come la fine del rischio di una nuova guerra. Eppure ho visto i palazzi di Sarajevo, che dista da qui una manciata di chilometri in più di Roma, distrutti dai mortai e dalle bombe solo 20 anni fa. Durante l’assedio chi decise di rimanere in città si radunava durante il coprifuoco a leggere, a discutere, sfidando i cecchini pur di preservare, nella guerra, almeno l’umanità Così scriveva Izec Sajlic :“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”
Che questo possa ricordarci che diritti e libertà esistono fintanto che sono agiti, sempre, comunque, come un dovere. Nulla è per scontato, o destinato a durare come ovvio, per sempre. Occorre anche alla nostra Italia affinchè resti libera come ci è stata consegnata, oggi piegata da una crisi che rischia di corrodere i pilastri su cui si fonde, fare i turni di giorno e di notte, sentinelle del presente e della memoria.Per questo W il 25 aprile, w la Resistenza, w la democrazia, w la libertà.
Trackback this post | Subscribe to the comments via RSS Feed