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Chiese, bar, comunità
Supponiamo vi capiti di avere un appuntamento per le ore 15.00 a casa di Gino. Supponiamo che Gino non sia un vostro amico, ma un cliente al quale dovete offrire una consulenza.
Supponiamo che per arrivare al paese di Gino vi tocchi usare i mezzi pubblici perché non siete riusciti a farvi prestare un’automobile e immaginiamo che per non arrivare in ritardo vi tocchi arrivare al paese di Gino con circa 40 minuti d’anticipo.
Inutile proporre al cliente di anticipare l’orario del vostro incontro. Probabilmente starà ancora mangiando (in fondo sono le ore 14). Tanto vale attendere l’ora giusta bevendo un caffè. Lo pensate ovviamente prima, programmando il viaggio, ricordandovi dei tre bar storici che popolano la piazza del piccolo paesino che vi accingete a raggiungere.
E invece nell’Italia che ha scavalcato gli anni 2000 potreste vedere i vostri piani concludersi sul nascere:
“Chiuso per cessata attività”
“Apriamo dopo le 15″
“Siamo aperti solo dal venerdì alla domenica”
Mai l’avreste detto, ma dovete scartare l’ipotesi caffè.
Intanto fuori fa freddo e chiunque abbia avuto a che fare con un paesino di meno di 3.000 anime, privo di qualsiasi attrattiva turistica o panchina, sa bene che starsene lì impalati altro non porta che a vincere un raffreddore.
Una storia del genere è capitata ieri a me. Non sapendo cosa fare ho provato a spingere i portoni della Chiesa. Era aperta. E ho aspettato lì dentro, osservando il prete che sistemava le candele per i riti della Settimana Santa.
Mentre tutto si scaldava ho pensato che forse è sempre stato così. O forse no: forse ricordo male, ma sul serio un tempo i bar di paese non chiudevano di norma al pomeriggio (non avrebbero avuto altrimenti bisogno negli ultimi anni d’improvvisare cartelli scritti a pennarello con improbabili “Riapriamo alle 3″), tanto che ci si poteva andare a comprare il gelato, le caramelle, i biglietti del bus ad ogni ora.
Mentre approfittavo dell’unico luogo pubblico, riscaldato, in cui avevo potuto sostare, ho guardato le tre anzianissime signore solitarie che si preparavano all’inizio della celebrazione. Un ultimo baluardo, mi sono sembrate, l’estrema resistenza, oggi che il prete non può più intimare i bambini a partecipare a tutti i momenti della Settimana Santa per poter fare la Prima Comunione, visto che sono a scuola.
“La morte dei piccoli centri” è stata per anni giudicata effetto dell’apertura dei centri commerciali. Ma ieri, nella mia ricerca vana di una tazzina di caffè, ho avuto l’impressione che fosse tutta colpa della comunità diventata stanca.
Stanca per il troppo lavoro, per la troppa scuola, stanca per l’età, stancata dalle priorità. E non so se la stanchezza sia liquida o gassosa.
Lasciando le signore alle loro celebrazioni, salutando quell’unico luogo che a suo modo mi aveva accolta viandante, calpestando i marciapiedi rotti, osservando le case abbandonate e decadenti (e appena dietro palazzi di fresca costruzione), mi sono accorta che forse l’avrei dovuto sospettare che qui il caffé non l’avrei mai trovato, il mercoledì pomeriggio alle 2.
Avevo un vecchio ricordo del paese X: di quando era il più efficiente ed energico nei paraggi, col supermarket aperto un pomeriggio a settimana in più degli altri e la sagra di paese più grande di tutti.
Ma questa è certo un’altra storia. Di quando forse istintivo si muoveva un senso altro del “dovere”… Forse ultima risorsa perché qualcosa si aggiusti?
Pensare con la propria testa. Agire di conseguenza. Sempre.
Un bel po’ di anni fa, forse anche più di dieci, ricordo di essere finita, ancora del tutto all’oscuro di quali meccanismi occorresse conoscere, al Congresso Regionale di Rifondazione Comunista. Ero li come effetto collaterale di un voto dato a un documento congressuale diverso da quello della maggioranza, mi ero iscritta al partito (dal quale poi sono uscita un paio d’anni fa) da poco e conoscevo ben poche persone: quelle sostenitrici del documento che avevo votato, ovviamente, e poi il segretario provinciale di Pordenone dell’epoca, Giovanni Moroldo, che con estrema pazienza mi veniva a prendere in macchina accompagnandomi alle varie riunioni, senza spiegarmi mai troppo di quel che mi aspettava all’arrivo.
Col tempo avrei imparato il significato e il peso di ogni cosa, ma quel giorno lì, quando i sostenitori del documento vennero a propormi di votare una cosa che non condividevo un granché (provando a ricostruire credo fosse un documento conclusivo in opposizione a quello della maggioranza), rimasi un po’ perplessa a leggere e a rileggere le due paginette che mi lasciarono in mano fino al momento del voto. E al momento del voto la mia manina si alzò, solitaria, ad indicare un’astensione.
Si girarono tutti a guardarmi: avevo fatto qualcosa di sbagliato?
Ma Moroldo mi tranquillizzò spiegandomi che non avevo sbagliato niente, avevo solo pensato con la mia testa e agito di conseguenza e che andava bene così, che era giusto così. Che forse adesso non sarei stata più contata automaticamente tra i sostenitori di tizio e di caio, niente di che.
Negli anni ho capito che in politica, e non solo, è assai facile nascondersi dietro le decisioni degli altri e molto più difficile difendere le proprie. Ma la politica e i ruoli che vi si ricoprono passano, mentre la propria coscienza resta, sempre, anche quando le maggioranze che si sono imparate a riconoscere non esistono più. Sono quelli col coraggio di voler dire di no che hanno fatto la differenza, spesso, anche quando chinare la testa sembrava l’unica soluzione possibile.
Se il nostro Parlamento fosse stato previsto composto da pecore che inseguono pedissequamente gli ordini dei propri capigruppo ecco che al momento del voto basterebbe quello di 5-6 persone per tutte. E invece no. Non è questo che è stato previsto da chi ha scritto la nostra Costituzione.
In questi ultimi giorni sentendo abusare della parola tradimento mi pare che a tradire sia stato soltanto chi la va sbraitando.
Traditore della democrazia e della nostra Costituzione. Traditore dell’intelligenza dei singoli e della dignità delle persone. Diseducatore rispetto a quel ruolo di cittadinanza attiva di cui si va tanto amabilmente riempendo la bocca.
Come se non fosse quanto accaduto al Senato la conseguenza di una menzogna, l’effetto dell’aver dichiarato per anni la qualità della propria purezza rispetto agli altri, “tutti uguali”.
Mentre, alla prova dell’ovvietà, no, non sono tutti uguali. E le differenze le fanno storie che riescono a risvegliare le coscienze, per un istante, di alcuni.
Sulla fragilità dell’onestà (dedicato ai troppi amici che voteranno M5S)
“Sono bravi ragazzi”
“Gente con la faccia pulita”
Beh, sapete una cosa? Io non ce la faccio più.
In questi giorni, chiacchierando in rete e tra la gente vedo che sempre più persone della mia età, amici, alle prossime elezioni voteranno per il Movimento 5 Stelle. O meglio: per Grillo e la rappresentazione della realtà che si è creato attorno, perché chi siano davvero i candidati pare interessare a pochi. Lo so perché me lo dicono, mi domandano come la penso e magari danno per scontato che anch’io voterò così. Come se così facessero tutti, perché nostro dovere è “dare un segnale”, “essere di rottura”.
A me questa cosa non va giù. Nemmeno un po’.
Perché la maggioranza di costoro va a votare così per vedere eletta “gente onesta”, che onestamente scombussolerà le cose, secondo un principio di onestà e trasparenza che si basa soltanto sulla mera ignoranza costruita grazie all’essere stati per anni e anni alla finestra.
Non mi va giù perché un pseudo principio di onestà va facendo credere che gli altri siano tutti uno schifo, con una violenza verbale e un’illogicità che mi ha stufato.
Perché, vi svelo un segreto, siamo in Democrazia: e la partecipazione non è che sia stata eliminata in questi anni. L’avete non agita. E’ un’altra cosa.
E allora vorrei svelare a chi lo ignora che, ebbene si, le brave persone, la gente onesta, pensa un po’, la si trova dappertutto, basta avere la curiosità di scoprirla: i ragazzi del PD non vanno in giro a rubare al prossimo e, pensate un po’, non ne conosco nessuno che abbia preso tangenti tra i giovani che stan facendo la campagna per Ingroia e che magari il sabato mattina si svegliano presto per fare il GAP.
E dei tanti giovani che SEL ha candidato in giro per l’Italia, beh, non mi pare siano persone che mirano a derubare le casse dello Stato.
Davvero è più importante che tutto sia “nuovo”? Davvero non importa se questo “nuovo” significa ritornare indietro, azzerare l’orologio dell’elaborazione delle idee, dimenticare l’antifascismo, il pacifismo, i femminismi, la critica al potere? Davvero la politica italiana va infilata tutta nel calderone dell’impurità? Davvero è intellettualmente onesto predicare la distruzione di ogni cosa?
In 10 anni di vita di partito di persone ne ho conosciute tante, di ragazzi che si sbattevano inseguendo le proprie idee, fin da giovanissimi, tantissime in giro per l’Italia. Alcuni di coloro che quest’anno si candideranno in Parlamento o in Regione li ho conosciuti nei movimenti studenteschi al liceo e all’Università. E anche se da quell’organizzazione sono uscita questo non toglie che sia piena di persone ottime, magari politicamente potremmo avere visioni diverse, ma non per questo vado in giro dicendo che son dei corrotti!
Scommetto che persino un elettore del centro destra riuscirebbe a garantire per la maggior parte dei candidati che stanno da quella parte.
E certo, poi c’è la critica politica. Ma a me non sembra che di questa si interessi qualcuno sul serio (ehi tu, ci siamo scambiati per un anno le monetine degli euro nel 2002 e adesso davvero vuoi un referendum per uscirne?).
Anzi. Mentre dovrebbe essere la cosa più importante, quella in base alla quale si decide sul serio. Che Italia vuoi? Cosa credi ci sia da fare adesso per far ripartire il Paese?
Diciamolo, l’onestà è relativa. Ed è facile dirsi puliti se non ci si è mai sporcati le mani.
Il potere è quella cosa che senza un minimo di formazione e consapevolezza ti fa diventare un Fioritto in miniatura nel giro di pochissimo. E più vai dicendo in giro che come lui non diventerai mai, più mi stai garantendo che sarai il prossimo a propormi qualche cosa in cambio di un voto.
Non sono le appartenenze a fare l’uomo più o meno ladro. Sono le condizioni, le relazioni, le idee.
Le fedine penali a me parlano politicamente proprio poco.
Perché si può avere la fedina penale pulita anche avendo costruito un’impresa utilizzando collaboratori volontari mai pagati, si può avere la fedina penale pulita anche avendo dimenticato di stampare qualche scontrino ogni tanto, si può avere la fedina penale pulita e pensare che sia cosa buona e giusta che i migranti muoiano cercando di arrivare in Italia, via mare o via terra che sia.
E allora i miei coetanei che fino ad oggi hanno lasciato che il paese andasse dove andava aspettando che un uomo urlasse loro cosa fare, beh, mi fanno rabbia. Perché hanno delegato ad altri per anni il fare qualcosa, senza mai un minimo di sostegno, e poi adesso si preparano a sostenere qualcuno soltanto per sostenere una rottura con un passato ed un presente che non si sono mai sporcati le mani per cambiare (no, la retorica del “ho fatto una famiglia” o “mi sono laureato a pieni voti” a me non bastano come elementi di interesse verso un cambiamento collettivo).
Oh, per carità, poi ci sono anche tanti personaggi che voteranno così per altre ragioni: ci sono quelli che “abbiamo a che fare con un movimento elettoralmente di massa e quindi politicamente interessante” (varie anime dell’estrema sinistra), quelli che lo vedono un alternativa alla sinistra da sempre perdente e sperano di poter così trovare finalmente rappresentanza nelle istituzioni (ma che questo movimento contenga in sé anche solo frammenti della tradizione culturale della sinistra italiana non mi sembra), quelli che è la moda del momento, perché così tanto se ne parla nei media e nei giornali da essere diventato un tormentone, etc.
Il M5S occuperà il 15% (?) delle sedie del Parlamento e sembra contare poco, pochissimo quello che intende fare. Occuperò il 15% delle sedie del Parlamento dopo aver condotto una campagna elettorale basata sul disprezzo, aggressività, personalismi, dietrologie, questioni che con la bella politica non hanno niente a che vedere.
Quand’ero ragazzina mi domandavo come fosse stato possibile all’Italia che il movimento fascista conquistasse il potere. Ora mi pare di capirlo. Basta che qualcuno urli, forte abbastanza, nei canali giusti, che tutto quello che puoi aver studiato in anni di università perda di valore.
Basta che qualcuno capace di urlare alla massa trovi audience, sappia costruire una pubblicità che funzioni, che il senso benefico del sentirsi parte di una massa appaghi più di quanto non appaghino altri valori.
Ed ecco, non mi arrabbierei se non fosse che quelli che oggi votano Grillo ieri erano quelli che non avevano mai tempo per venire a una commemorazione per il 25 aprile, quelli che all’Università neppure andavano a votare per i rappresentanti, quelli che non avevano mai tempo per venire a sentire un dibattito sindacale, quelli che avevano sempre altro da fare se gli proponevi un dibattito politico, fosse pure venire a conoscere i candidati (ehi tu, contro il finanziamento pubblico ai giornali, quanti giornali compri in un mese?). Quelli che fino a 5 anni fa neppure votavano se c’era di meglio da fare.
Però a me pare proprio che sia quella gente li, la mia generazione, risvegliata in cassa integrazione o con la paura di finirci, che oggi stia decidendo il nuovo Parlamento in questo modo.
E a me fa rabbia, perché se non ti sei mai posto domande per una vita improvvisamente non è che cerchi risposte, continui a cercare quel paio di scarpe da ginnastica che ti aiuta a mimetizzarti in mezzo alla massa, che ti costringe a non prendere posizione, che non ti chiede di esprimerti su certe cose.
“Ma tutto il resto ha fatto…” Si, ha fatto così perché proprio quando servivi tu, tu 30 enne, tu 40 enne, quando servivi tu a dire no, a scendere in piazza, a riempire di lettere i giornali, a inventare qualcosa per dire basta, ecco, tu non c’eri. Tu non c’eri quando la democrazia si svuotava dei più giovani e restavano altri a decidere per te.
E scommetto che continuerai a non esserci se continuerai a scegliere che pesa di più la tua rabbia individuale che il senso di responsabilità collettiva (perché il problema non è guardare alle pensioni dei ricchi, ma guardare a quelle dei poveri, non è pensare allo stipendio della gente in parlamento, ma risolvere il nodo dei salari e del lavoro indipendentemente dalla tua di busta paga borghese).
E poi continuerai a farti fregare credendo che la rappresentazione e la logica di chi grida forte sia quella reale, quella più vera soltanto perché gridata, che lascerai decidere ad altri cos’è giusto e cos’è sbagliato e ti convincerai che abbiano ragione, dimenticandoti di com’è che si costruisce, la ragione.
P.S.1: Dedicato agli amici che so che voteranno Grillo e che mi hanno sfottuto una vita perché andavo a tante conferenze quando loro andavano alle feste, col risultato che non gli è mai capitato di conoscere e sostenere assessore incinta che venivano ritenute poco impegnate nel loro lavoro politico o assessori che si impegnavano ottimamente pur dovendo mantenere il proprio posto di lavoro e che pure periodicamente qualcuno pensava fosse bene fare fuori per dar posto ad altri delfini.
P.S.2 : “Perchè non te la prendi con gli elettori di Berlusconi che ha rovinato il Paese?” Eh, se mi dici così non hai capito niente di quel che ho scritto. Amen.
I #50anni del Friuli Venezia Giulia
Ricorrono quest’anno i 50 anni di autonomia della Regione Friuli Venezia Giulia e leggendo alcuni articoli sul Messaggero Veneto di oggi non ho potuto fare a meno di trattenere un sorriso.
“Per arrivare al battesimo della regione a statuto speciale il percorso fu lungo e accidentato. Bisognava convincere dell’utilità dell’iniziativa prima di tutti gli sciovinisti friulani e poi i politici e i burocrati romani. Sembra facile, oggi che per conquistare voti e poltrone nella capitale si parla di macro-regione come di una gallina dalle uova d’oro! Ma allora i cosí detti padri fondatori avevano un bel da fare per portare gli avversari sul proprio terreno, poiché neppure all’interno dei singoli partiti c’era identità di vedute su questo problema.
Si arrivò tuttavia al dunque, ma niente champagne e neppure grappino per festeggiare! C’era piú delusione che esultanza nelle contrade friulane e il motivo di allora riecheggia ancor oggi, per bocca del mio amico D’Aronco, nonostante i confini spazzati e il mondo rimpicciolito.
Trieste, l’amaro calice per Udine e furlanía! Cosa c’entravano quei piagnoni triestini, scansafatiche per natura, gaudenti per vocazione, cosa c’entravano con la regione del Friuli?”
Ebbene, sono passati 50 anni, ma il pensiero del friulano medio e del triestino medio si è incagliato li.
Non a caso l’articolo, a firma di Sergio Gervasutti continua:
“Ho sempre creduto che se Trieste per assurdo non fosse esistita, di una Regione Friuli non si sarebbe neppure parlato e mi meraviglia molto che ancor oggi tra il Friuli e la Venezia Giulia (a proposito, che c’entra quella Venezia? ci mettiamo un trattino?) esistano diatribe alimentate da ragioni – diciamo cosí – di piccolo cabotaggio: un contributo a Tizio anziché a Caio, un posto letto negli ospedali e via elencando diatribe per università, porti, territori, cabinovie, eccetera.”
Campanilismi reali o immaginati? Il “si è favorita Trieste a Pordenone o Udine” nel progetto di una cosa piuttosto che di un’altra è pratica comune nel dibattito politico locale: ma davvero è tanto infantile la gestione della politica regionale? O si tratta piuttosto di un gioco che si trascina negli anni atto a giustificare l’incapacità di portare avanti una progettazione condivisa a livello regionale?
Qualche giorno fa sempre sulle pagine del Messaggero Veneto il Sindaco Honsell lamentava:
«Sono rassegnato, ogni volta che ci sono finanziamenti in ballo la città di Udine viene esclusa senza che si alzi la voce dei parlamentari e degli assessori regionali».
I finanziamenti riguardavano fondi predisposti dal Ministero delle Infrastrutture per il recupero di aree dismesse e nell’articolo non si manca di sottolineare che a Trieste sono stati concessi invece 4 milioni di euro.
Il fatto che l’articolo sottolinei poi che
“Oltre ai progetti di Udine, a Roma sono arrivate altre 456 domande di finanziamento e il Governo ne ha accolte solo 24.”
pare non essere sufficiente a dimostrare che forse, forse, l’antico giochetto delle discriminazioni sta diventando noiosetto e non può essere utilizzato per giustificare ogni cosa.
Mi è capitato spesso di affrontare il tema dell’autonomia della regione Friuli Venezia Giulia con un sacco di gente proveniente da ogni parte dell’Italia. Sempre con molta fatica ho cercato di spiegare le ragioni di un’autonomia che, in epoca di attacchi alla casta, di storture prodotte dal pensiero della Lega, difficilmente viene accettata e compresa nel resto del Paese, vista più come un privilegio costoso che altro. Come giustificare il flusso di denaro che viene speso per la tutela della lingua friulana quando le scuole vivono carenze strutturali basilari?
Leggendo le parole di Gianfranco D’Aronco, uno dei padri dell’autonomismo friulano, non mi stupisco che sia tanto difficile dare un senso alla peculiarità che viviamo:
“Il matrimonio forzato tra il Friuli e Trieste è stato un connubio d’interesse, ma chi ci ha guadagnato è stata solo la Giulia. Al Furlan le briciole. Ogni giorno si leggono proteste per i favori alla Favorita; si tagliano i fondi alla lingua friulana, perché la Regione deve mantenere il teatro Verdi. E il governo deve intervenire per il recupero delle aree dismesse delle caserme solo nella città redenta. Merito dei triestini e demerito dei friulani.”
Con tutto il rispetto per una persona che ha fatto la storia della nostra Regione ecco, forse se l’attuale classe politica non è degna di portare sulle spalle il compito di prendersi cura dei territori che è chiamata a rappresentare non è colpa dei nomi che diamo ai territori.
Perché i “conflitti territoriali” credo siano pane comune di ogni regione d’Italia, mentre forse meno comune è la capacità di essere così tanto “invisibili” al Paese, così piccoli da non accorgersi che la (falsa) tutela del proprio praticello, fosse anche grande quanto un capoluogo di provincia, in epoca in cui l’unità di misura non è Udine o Trieste, ma l’Europa è un danno che non solo nel tempo paga il praticello, ma il tutto.
Così piccoli intendo rispetto alla nomea di cui ci si vuole rivestire: gran lavoratori, persone serie, etc etc… Come se ormai, a industrializzazione avviata ovunque, con l’immigrazione da tante regioni d’Italia che da decenni caratterizza la nostra regione non avessimo la prova che coloro a cui viene data la possibilità di fare un lavoro onesto diventano un poco alla volta grandi lavoratori.
I confini sono limiti geografici che diventano così facilmente mentali da non farci accorgere che pesare di più gli uni rispetto agli altri è un’ambizione che va bene fintanto che resta un gioco. Se il Tagliamento e l’Isonzo continuano ad essere considerate le barriere che portano ricchezza da una parte anziché dall’altra, beh, non so bene quali saranno le conseguenze.
In questi giorni in cui si chiacchiera di elezioni politiche i mal di pancia di chi fa i conti su il numero di candidati nelle liste che verranno eletti provenendo da una provincia anziché da un’altra mi fanno sorridere. Davvero fino ad oggi hanno pesato così tanto? Davvero hanno determinato il bene o il male del nostro territorio? A me non sembra, almeno a guardare agli ultimi 20 anni.
Allora ecco che non credo sia l’ago della bilancia rispetto al futuro del carcere di Pordenone avere un eletto di qui piuttosto che uno di Udine. Mi basterebbe che si prendessero a cuore la condizione carceraria del nostro Paese e portassero le condizioni della nostra regione per risolvere tutte le problematiche sul tema. E non credo che un eletto di Trieste debba essere meno interessato di uno di Gorizia a quanto avviene al CIE di Gradisca, né che si debba lavare le mani rispetto alla crisi del distretto del mobile, per quanto lontana 140 chilometri dalla sua residenza. E credo che a tutti gli eletti debba stare a cuore la cura di un territorio regionale che abbiamo reso fragile, trovando il modo di conoscerlo tutto e trovando i soldi per curarlo tutto, nel rispetto delle tante peculiarità storiche, linguistiche, culturali.
C’è una crisi in corso che non si risolve litigando, ma cooperando, girando, conoscendo, ascoltando: rompendo quei confini che ci fanno molto più poveri in tanti e rendono molto più ricchi soltanto coloro che dagli screzi locali traggono vantaggio personale. Deve continuare ad essere questa l’Autonomia?
Non so quanti saranno ancora altrimenti disposti a ritenere che l’autonomia di questa regione abbia un senso. Non so ancora quanti ancora tra qualche anno se la ricorderanno più, a dir il vero. E mentre qui staremo a litigare sulla Capitale che finanzia Trieste e si scorda Udine, il resto del Paese, che non viene più da queste parti neppure per il servizio militare, inizierà a dimenticarsi del tutto questa regione per strada.
Chi si ricorderà dei vini bianchi del Collio e dell’aglio di Resia? Chi del frico, delle lavatrici Electrolux, delle sedie di Manzano, dei coltelli di Maniago, del Sincrotone a Trieste? Chi dello sloveno parlato nel Carso, del resiano in Val Resia, del tedesco a Tarvisio? E quale Premier sarà pronto a riconoscerle che ha coltivato politici tanto bravi da meritare di nominarne uno Ministro?
E se invece questi 50 anni non diventassero l’occasione di un racconto, se non condiviso, almeno collettivo, dove ognuno fosse chiamato a raccontare un pezzo di Regione che non sia quello in cui vive? Se ripartissimo dalla cultura che unisce anziché battibeccare sul denaro che altro non fa che dividere?
Forse le renderemmo omaggio più utile e gradito di tanti battibecchi sterili con cui sarebbe assai triste arrivare ai prossimi 50 anni…
Pensando a Gramsci in pizzeria…
Pensavo di averlo capito un sacco di tempo fa cosa intendesse Gramsci quando parlava di “connessione sentimentale”. Pensavo di averlo capito a son di sentirmelo ripetere da Bertinotti, a son di sentirlo ripetere da Vendola, a son di seguire dibattiti sulla separatezza tra la tentanta sinistra come portavoce delle masse e le masse.
E poi l’altra sera, durante un dibattito, in pizzeria, non davanti alla TV, ho capito che non avevo capito niente. Per tanti anni.
Forse a guardare le cose dal di fuori, rifocalizzando, si chiariscono cose di cui prima erano disponibili soltanto i contorni. Forse è merito della strada che si fa, della vita che si incontra, di quello che si impara.
Però ieri ho capito che non c’è connessione di sorta se qualcuno racconta che lavora in una fabbrica in crisi che prossimamente chiuderà e dall’altra parte la prima domanda non è “Scusa, raccontami, dove lavori?”
Non so come fossero “un tempo” i dibattiti politici. E so che spesso è ben difficile discriminare tra provocatori, personaggi bizzarri, frustrati, curiosi, propositivi, etc etc.
Però negli anni, grazie a Carta che mi ha “costretto” a cercare gli accadimenti, a seguirli, ad ascoltare racconti, riassunti di diatribe, sensazioni, ho visto che ci sono mondi, moltissimi mondi, che nel fare politica occorre imparare a conoscere. Sempre che non se ne faccia parte. E il rischio di dare voce a una nota stonata forse è meno “costoso” del metterla in disparte.
Perché come si ricostruisce altrimenti un pensiero? Davvero è possibile ragionare a sinistra basando le proprie analisi solo sulle statistiche e le cronache giornalistiche?
Non basta farsi raccontare in maniera più che mai indiretta che cosa sta succedendo in giro. Occorre domandare, tanto più quando non si vuole fare della semplificazione della politica, della definizione della realtà, il proprio biglietto da visita.
Io credo che negli anni non si sia domandato abbastanza. Certi di avere i costrutti mentali corretti per affrontare i problemi, si è pensato che bastasse enunciarli per raccogliere consenso.
Invece l’altra sera nel vedere una storia importante, importante perché tassello per leggere un territorio, importante perché per sua natura urgente, per quanto invece pudicamente nascota, messa da parte per riaffermare per l’ennesima volta i propri io coi propri percorsi di società, mentre il tema posto meritava invece cura, una domanda, un approfondimento, ecco, ho capito cosa voleva dire Gramsci sugli errori degli intellettuali: “sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato”.
Oggi, che di intellettuali non ne conosco, la frattura si è fatta ancora più grande, invadente, pesante: tanto da diventare modello diffuso, volente o nolente, tanto che tra il conoscere le storie e le storie in sé ci sta in mezzo un’inchiesta giornalistica, quando basterebbe guardarsi attorno.
L’altra sera ho ascoltato l’ennesima rivendicazione delle cose fatte che poi, chissà come mai, non hanno trovato nel risultato elettorale riscontro.
Non so se è possibile davvero pensare che basti questo per raccogliere voti: è noto e arcinoto che non c’è peggior strategia in campagna elettorale che vantare i propri successi passati (se vi dicono il contrario cambiate consulenti).
Certamente non serve a niente per ritessere rapporti, pensieri, costruire ragionamenti utili a incidere sul serio nelle sorti della gente, delle persone, delle vite.
Ecco, negli ultimi anni si è identificata nel denaro la spaccatura tra rappresentanti e rappresentati. Si è inventata la parola Casta, identificandola sul piano economico, dimenticandosi che il perverso rapporto col potere è indipendente dal denaro che il potere produce attorno a sé. Ma cambiare cilindrata d’auto non cambia il senso dell’uso dell’auto…
Se invece non fosse che non è possibile essere rappresentanti e rappresentati senza farsi ascoltatori e narratori di storie, almeno a sinistra? Se non fosse banalmente impossibile avere passione per la politica senza passione per le persone? Se non fosse semplicemente difficile essere credibile senza intrecciarsi continuamente con la credibilità della vita?
Non so se Gramsci sarebbe esattamente d’accordo con me.
Però so che si può stare una vita a rimuginare su una definizione o a ripeterla ai comizi e poi basta una pizza per capire se non tutto, qualcosa.
Bla bla bla sparsi in giro
Vi segnalo un paio di post scritti altrove in questi giorni:
- Uno è su Linkiesta, è fresco fresco di or ora e riguarda la questione degli eletti: in base a cosa si stabilisce quanti rappresentanti bastano a far funzionare la rappresentanza democratica? Ovvero i previsti 9 consiglieri regionali in meno come sono stati calcolati? Chissà se qualche consigliere mi risponderà…
- Uno è su il blog de La magia di un libro ed è una recensione su un delizioso libro che mi hanno regalato a Natale: La banda degli invisibili di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O).
Ecco queste due cose forse tra di loro possono apparire profondamente scollegate e invece secondo me qualcosa in comune c’è.
Magari la legittimità dell’idea che non ci sostituisce ai padri costituenti quando non si ha la legittimità storica per farlo…
A futura memoria
Oggi ho guardato per caso una vecchia puntata di Piazza Pulita che tra le altre cose parlava delle elezioni a Palermo.
Così ho sentito il nome di Gioacchino Basile, candidato a Palermo a sindaco per Forza Nuova nella primavera del 2012.
E’ lui o non è lui? Ebbene si, era proprio lui: lo stesso Gioacchino Basile candidato a Presidente della Regione nel 2008 per gli Amici di Beppe Grillo (i precursori del Movimento 5 Stelle, che poi crearono il primo nucleo del Movimento) alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia. All’epoca alla fine i “grillini” non raccolsero le firme necessarie alla presentazione delle liste (cosa motivata da alcuni personaggi discutibili che si “accorsero” tardi di avere in lista, provocando non pochi malumori interni, si vociferava) e non ci fu nessuna loro campagna elettorale, però ricordo bene che sulle qualità del personaggio nessuno aveva qualcosa da ridire.
Ecco, trascrivo questa osservazione a futura memoria.
Perché mi era sfuggita questa primavera.
Quante cose sfuggono… Quante attenzioni occorrono…
Eh.
The Vortex: Fare politica digitale
Per Natale devo dirmi soddisfatta: ho ricevuto un bel po’ di libri interessanti. Uno in particolare concilia la mia passione per le dinamiche politiche con quella per la comunicazione in rete.
“Fare politica digitale. Come candidati, movimenti e partiti possono creare e mantenere consenso e vincere le elezioni” è un manuale edito da Franco Angeli di poco più di 100 pagine che offre non pochi spunti a chi è in procinto di mettere in piedi la propria campagna elettorale: The Vortex, la società che ne ha curati i contenuti, mette a disposizione esempi, spiegazioni, suggerimenti senza dubbio preziosi a chi vuole cominciare a spostare anche sul web la propria campagna per le prossime politiche.
Come utilizzare al meglio i propri profili Twitter e Facebook? Cosa deve stare in un blog? Quali strumenti è interessante conoscere? Come si invia correttamente una email per evitare di vederla finire nello spam?
Insomma, cose che moltissimi candidati beh, so per certo che non solo non conoscono, ma anche quando si sforzano a provare ad impararne l’uso, purtroppo smettono di provarci a campagna elettorale finita (così come tantissime persone, sia chiaro). Leggere un manuale così certamente farebbe loro (e al relativo staff) certamente bene. Certo, prima di abbandonare la cara e vecchia “propaganda analogica” occorrerà ancora un bel po’, ma visto che di grossolani errori di comunicazione siamo in troppi ormai stanchi è bene cercare di evitarli.
La cosa che non mi è chiara, anche se so bene non dovrebbe, è la difficoltà di misurare l’effettivo ritorno di un investimento nella comunicazione social che, sappiamo bene, richiede tempo e competenze. Non è magari per questo che in Italia, dove tanto per le elezioni amministrative quanto per quelle politiche, i veri influencer sono quelli che presidiano i territori, in un modo o nell’altro, non si da tanto peso alla comunicazione nel web? Non è che forse tra le pagine del testo il peso dell’analfabetismo informatico viene un po’ troppo sottovalutato?
Nell’ultimo anno ho avuto modo di seguire alcuni parlamentari presenti su Twitter (e alcuni su Facebook): credo che alcuni, come Andrea Sarubbi, indipendentemente dalle posizioni espresse, siano involontariamente finiti con il “fare scuola”. Non avrei di certo mai saputo chi fosse costui se non ne avessi seguito le attività attraverso i social.
Eppure leggo oggi che non sarà tra i prossimi candidati del PD, per quanto, ai miei occhi, abbia contribuito a dare una rappresentazione in parte positiva di quel partito (è poi vero che ogni partito soffre di dinamiche interne che difficilmente agli esterni sono comprensibili e su questo non intendo mettere becco). Forse non è un esempio del tutto azzeccato però mi da un po’ l’idea che non sempre la rete paga, perché forse “chi fa i conti” sa che ha un peso abbastanza relativo (23.000 follower possono sembrare tanti, ma in una circoscrizione quanto contano? Elettoralmente quanto pesano?).
Insomma credo occorra leggere gli strumenti digitali come solo un pezzettino del processo di formazione del consenso e della rappresentazione di sé e, come il testo stesso riporta più volte, mantenere alta l’attenzione nei confronti dei legami con il territorio di riferimento che per forza di cose non si riversano automaticamente nei numeri degli ascoltatori online.
Ciò non toglie che magari costruire una comunicazione che sappia attraversare i media, anche approfittando dei “luoghi” dove gironzolano i giornalisti sempre a caccia di notizie facilmente rilanciabili e verificabili permetta anche di avere un trampolino per raggiungere il più ampio numero di persone possibili, anziché finalizzarla a sembrare “innovativi”.
Ad esempio, tanto per guardare al locale, è vero che la provincia di Pordenone o il Friuli Venezia Giulia in generale non hanno così tanti utenti di Twitter da rappresentare un terreno di discussione interessante, ma ad esempio Il Messaggero Veneto sta cercando di fare un lavoro su questo terreno e ha molti dei suoi giornalisti con propri account attivi che rilanciano notizie e stanno attenti a quel che si dice on line. Perché non “approfittarne”?
Ci sono comunque un bel po’ di spunti interessanti che vedo bene per le Europee del 2014: ad esempio mi sta incuriosendo un sacco Critical City, una sorta di gioco online con prospettive interessanti per il racconto delle città e dei territori. E’ un progetto con addosso ormai qualche anno, ma proprio non lo conoscevo. E se uno per comune ci perdessimo un po’ di tempo per costruire una sorta di curioso Storytelling locale mettendo il naso fuori casa e tuffandolo on line 10 minuti ogni sera? (E se in due per comune imparassimo come si fa?)
E non è il solo esempio nel testo che merita approfondimento.
Certo siamo solo agli albori e forse non basteranno queste elezioni, politicamente per me troppo poco interessanti per pesare come ambiente di test, però chissà che un poco alla volta non si sviluppi una cultura diversa dove la capacità di stare on line non sia solo “ho un blog ho twitter ho facebook e votiamo dal pc“, ma anche qualcosa di più tipo “ci sono un bel po’ di cose utili che possiamo fare assieme usando il computer e altre cose, io ti insegno come si usano, tu mi racconti tutto il resto che ti occorre.“
Che poi è come dire “o cresciamo insieme o non si va da nessuna parte“. Che si può dire a voce, scrivere con la tastiera, con la penna, la matita, i colori.

