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I #50anni del Friuli Venezia Giulia
Ricorrono quest’anno i 50 anni di autonomia della Regione Friuli Venezia Giulia e leggendo alcuni articoli sul Messaggero Veneto di oggi non ho potuto fare a meno di trattenere un sorriso.
“Per arrivare al battesimo della regione a statuto speciale il percorso fu lungo e accidentato. Bisognava convincere dell’utilità dell’iniziativa prima di tutti gli sciovinisti friulani e poi i politici e i burocrati romani. Sembra facile, oggi che per conquistare voti e poltrone nella capitale si parla di macro-regione come di una gallina dalle uova d’oro! Ma allora i cosí detti padri fondatori avevano un bel da fare per portare gli avversari sul proprio terreno, poiché neppure all’interno dei singoli partiti c’era identità di vedute su questo problema.
Si arrivò tuttavia al dunque, ma niente champagne e neppure grappino per festeggiare! C’era piú delusione che esultanza nelle contrade friulane e il motivo di allora riecheggia ancor oggi, per bocca del mio amico D’Aronco, nonostante i confini spazzati e il mondo rimpicciolito.
Trieste, l’amaro calice per Udine e furlanía! Cosa c’entravano quei piagnoni triestini, scansafatiche per natura, gaudenti per vocazione, cosa c’entravano con la regione del Friuli?”
Ebbene, sono passati 50 anni, ma il pensiero del friulano medio e del triestino medio si è incagliato li.
Non a caso l’articolo, a firma di Sergio Gervasutti continua:
“Ho sempre creduto che se Trieste per assurdo non fosse esistita, di una Regione Friuli non si sarebbe neppure parlato e mi meraviglia molto che ancor oggi tra il Friuli e la Venezia Giulia (a proposito, che c’entra quella Venezia? ci mettiamo un trattino?) esistano diatribe alimentate da ragioni – diciamo cosí – di piccolo cabotaggio: un contributo a Tizio anziché a Caio, un posto letto negli ospedali e via elencando diatribe per università, porti, territori, cabinovie, eccetera.”
Campanilismi reali o immaginati? Il “si è favorita Trieste a Pordenone o Udine” nel progetto di una cosa piuttosto che di un’altra è pratica comune nel dibattito politico locale: ma davvero è tanto infantile la gestione della politica regionale? O si tratta piuttosto di un gioco che si trascina negli anni atto a giustificare l’incapacità di portare avanti una progettazione condivisa a livello regionale?
Qualche giorno fa sempre sulle pagine del Messaggero Veneto il Sindaco Honsell lamentava:
«Sono rassegnato, ogni volta che ci sono finanziamenti in ballo la città di Udine viene esclusa senza che si alzi la voce dei parlamentari e degli assessori regionali».
I finanziamenti riguardavano fondi predisposti dal Ministero delle Infrastrutture per il recupero di aree dismesse e nell’articolo non si manca di sottolineare che a Trieste sono stati concessi invece 4 milioni di euro.
Il fatto che l’articolo sottolinei poi che
“Oltre ai progetti di Udine, a Roma sono arrivate altre 456 domande di finanziamento e il Governo ne ha accolte solo 24.”
pare non essere sufficiente a dimostrare che forse, forse, l’antico giochetto delle discriminazioni sta diventando noiosetto e non può essere utilizzato per giustificare ogni cosa.
Mi è capitato spesso di affrontare il tema dell’autonomia della regione Friuli Venezia Giulia con un sacco di gente proveniente da ogni parte dell’Italia. Sempre con molta fatica ho cercato di spiegare le ragioni di un’autonomia che, in epoca di attacchi alla casta, di storture prodotte dal pensiero della Lega, difficilmente viene accettata e compresa nel resto del Paese, vista più come un privilegio costoso che altro. Come giustificare il flusso di denaro che viene speso per la tutela della lingua friulana quando le scuole vivono carenze strutturali basilari?
Leggendo le parole di Gianfranco D’Aronco, uno dei padri dell’autonomismo friulano, non mi stupisco che sia tanto difficile dare un senso alla peculiarità che viviamo:
“Il matrimonio forzato tra il Friuli e Trieste è stato un connubio d’interesse, ma chi ci ha guadagnato è stata solo la Giulia. Al Furlan le briciole. Ogni giorno si leggono proteste per i favori alla Favorita; si tagliano i fondi alla lingua friulana, perché la Regione deve mantenere il teatro Verdi. E il governo deve intervenire per il recupero delle aree dismesse delle caserme solo nella città redenta. Merito dei triestini e demerito dei friulani.”
Con tutto il rispetto per una persona che ha fatto la storia della nostra Regione ecco, forse se l’attuale classe politica non è degna di portare sulle spalle il compito di prendersi cura dei territori che è chiamata a rappresentare non è colpa dei nomi che diamo ai territori.
Perché i “conflitti territoriali” credo siano pane comune di ogni regione d’Italia, mentre forse meno comune è la capacità di essere così tanto “invisibili” al Paese, così piccoli da non accorgersi che la (falsa) tutela del proprio praticello, fosse anche grande quanto un capoluogo di provincia, in epoca in cui l’unità di misura non è Udine o Trieste, ma l’Europa è un danno che non solo nel tempo paga il praticello, ma il tutto.
Così piccoli intendo rispetto alla nomea di cui ci si vuole rivestire: gran lavoratori, persone serie, etc etc… Come se ormai, a industrializzazione avviata ovunque, con l’immigrazione da tante regioni d’Italia che da decenni caratterizza la nostra regione non avessimo la prova che coloro a cui viene data la possibilità di fare un lavoro onesto diventano un poco alla volta grandi lavoratori.
I confini sono limiti geografici che diventano così facilmente mentali da non farci accorgere che pesare di più gli uni rispetto agli altri è un’ambizione che va bene fintanto che resta un gioco. Se il Tagliamento e l’Isonzo continuano ad essere considerate le barriere che portano ricchezza da una parte anziché dall’altra, beh, non so bene quali saranno le conseguenze.
In questi giorni in cui si chiacchiera di elezioni politiche i mal di pancia di chi fa i conti su il numero di candidati nelle liste che verranno eletti provenendo da una provincia anziché da un’altra mi fanno sorridere. Davvero fino ad oggi hanno pesato così tanto? Davvero hanno determinato il bene o il male del nostro territorio? A me non sembra, almeno a guardare agli ultimi 20 anni.
Allora ecco che non credo sia l’ago della bilancia rispetto al futuro del carcere di Pordenone avere un eletto di qui piuttosto che uno di Udine. Mi basterebbe che si prendessero a cuore la condizione carceraria del nostro Paese e portassero le condizioni della nostra regione per risolvere tutte le problematiche sul tema. E non credo che un eletto di Trieste debba essere meno interessato di uno di Gorizia a quanto avviene al CIE di Gradisca, né che si debba lavare le mani rispetto alla crisi del distretto del mobile, per quanto lontana 140 chilometri dalla sua residenza. E credo che a tutti gli eletti debba stare a cuore la cura di un territorio regionale che abbiamo reso fragile, trovando il modo di conoscerlo tutto e trovando i soldi per curarlo tutto, nel rispetto delle tante peculiarità storiche, linguistiche, culturali.
C’è una crisi in corso che non si risolve litigando, ma cooperando, girando, conoscendo, ascoltando: rompendo quei confini che ci fanno molto più poveri in tanti e rendono molto più ricchi soltanto coloro che dagli screzi locali traggono vantaggio personale. Deve continuare ad essere questa l’Autonomia?
Non so quanti saranno ancora altrimenti disposti a ritenere che l’autonomia di questa regione abbia un senso. Non so ancora quanti ancora tra qualche anno se la ricorderanno più, a dir il vero. E mentre qui staremo a litigare sulla Capitale che finanzia Trieste e si scorda Udine, il resto del Paese, che non viene più da queste parti neppure per il servizio militare, inizierà a dimenticarsi del tutto questa regione per strada.
Chi si ricorderà dei vini bianchi del Collio e dell’aglio di Resia? Chi del frico, delle lavatrici Electrolux, delle sedie di Manzano, dei coltelli di Maniago, del Sincrotone a Trieste? Chi dello sloveno parlato nel Carso, del resiano in Val Resia, del tedesco a Tarvisio? E quale Premier sarà pronto a riconoscerle che ha coltivato politici tanto bravi da meritare di nominarne uno Ministro?
E se invece questi 50 anni non diventassero l’occasione di un racconto, se non condiviso, almeno collettivo, dove ognuno fosse chiamato a raccontare un pezzo di Regione che non sia quello in cui vive? Se ripartissimo dalla cultura che unisce anziché battibeccare sul denaro che altro non fa che dividere?
Forse le renderemmo omaggio più utile e gradito di tanti battibecchi sterili con cui sarebbe assai triste arrivare ai prossimi 50 anni…
Su, andiamo
Insomma, tragedie e tormenti attraversano l’Italia, perdiamo lettere, si spediscono proiettili e chi più ne ha più ne metta.Ma ciò che in questi giorni paradossalmente ha attratto maggiormente la mia preoccupazione è stata la ricerca di letto, cuscino e lenzuola. Mi manca solo una coperta e non sono sicura sarà così facile recuperarla. Ma vabbé. Fatto 30 farem 31.
Ormai ho imparato a riconoscere le facce di chi sale sul bus al mattino e di chi sale sul bus alla sera, ho imparato i percorsi di 2-3 dei bus e ho visto oggi il mio primo rudere romano in piazza dei Giochi Delfici. Dubito assai si sia trattato di un vero rudere dei tempi antichi, ma sul suo essere romano non ci sono dubbi.
Ancora non mi sono abituata al Tg3 che trasmette il tg regionale del Lazio e mi fa strano sentir citata la Provincia di Frosinone, ma insomma, mi sto un pochino ambientando.
Mi manca la reflex (eh, occorre risalire prima o poi a riprenderla!), mi mancano gli aperitivi, mi manca il senso di libertà e sicurezza che danno le strade che si conoscono bene. Mi manca l’abitudine, che permette di sapersi ritagliare del tempo per leggere un libro, leggere il giornale mentre va la lavatrice e cose del genere, ma immagino che tutto presto verrà da se.
Lo immagino, anzi lo so perché l’ho già passato andando dal paesello a Trieste per l’Università, da una casa all’altra, e poi da un lavoro all’altro, da una coinquilina all’altra e da Trieste a Pordenone e di nuovo la stessa ennesima ritualità dell’imparare luoghi e parole e nomi delle cose.
E guardate che no, non è tutta sta figata. Neppure un pochettino.
Ma in fondo a Roma fa così caldo che si può andare in giro con le infradito.
E al Nord sappiamo tutti sciare.
Come dire…
Occupytrieste
Ieri ho fatto un salto a Trieste: ci sono gli studenti che occupano Piazza Unità, mi hanno detto, leggo che sono a rischio sgombro (hanno fatto una pagina su Facebook, #occupytrieste), prendo un treno.
Ma quando arrivo il tentativo di sgombro è già passato, li vedo ancora lì. Sono un centinaio, un poco infreddoliti, c’è la musica e c’è tanta gente che aspetta il dibattito che deve cominciare.
Ho visto Trieste in movimento tante volte dal G8 Ambiente del 2001, alle occupazioni universitarie, alle mobilitazioni dei comitati per l’ambiente, ne conosco gli sguardi, i modi, ma nessuno si era mai messo così, in piazza, approfittando del ponte lungo della città (la festa del 1 novembre, la festa del Patrono del 3). C’era solo una storia che ho sentito ripetere spesso, vecchia di forse 30 anni, di quando ci furono gli sfratti e Piazza Unità fu invasa dai camper e dalle tende.
E questa è un altra, anche se i temi sono quelli che si rincorrono da sempre: spazi sociali, scuole a norma, abitazioni accessibili per tutti. I più vecchi che guardano alle tende, che ci girano intorno si muovono come un abbraccio. E questo è. Perché forse c’è qualche genitore che in effetti controlla, ma c’è piuttosto qualcuno che ricorda, che rimpiange, che vorrebbe: ma è il momento dei ragazzi e lo stanno conducendo bene.
Guardando quei maglioni larghi, le scarpe slacciate, i sorrisi morbidi, ho pensato a quanto la tenerezza sia più contagiosa della rabbia. A come l’assenza di slogan racconti più delle frasi fatte. A come sia simbolicamente forte il riprendersi la piazza da spiegare banalmente che cosa sarebbe bene fare, in ogni piazza: incrociarsi, fermarsi, parlare. Stare.
[Sul sito di GlobalProject puntuali racconti di quello che sta accadendo, da seguire anche per le prossime mobilitazioni in programma, in particolare l'8 novembre, quando ci sarà l'occupazione del vecchio teatro romano della città
]
Stazione bloccata e treni in ritardo
Giovedì a Udine il treno che volevo prendere per tornare a PN viaggiava con 80 minuti di ritardo. Quello dopo con 20. E nell’aria la vocina di Trenitalia annunciava la motivazione “occupazione dei binari da parte dei manifestanti” alla Stazione di Trieste. Così ho dato un’occhiatina al telefono per trovarci la notizia: dei lavoratori di una ditta con un appalto da parte di Trenitalia, non pagati da mesi, chiedevano semplicemente il loro stipendio.
Tutta la storia sta scritta qui.
Ora 40 lavoratori han fermato i treni 4 ore, il tutto per il sacrosanto diritto a vedere retribuito il loro lavoro. E Trenitalia ha lasciato che per 4 ore un’intera linea ferroviaria restasse bloccata pur di non risolvere velocemente la faccenda di cui era co-responsabile.
Come se non gliene importasse poi tanto dei propri treni, dei propri utenti… dei propri lavoratori… la punta dell’iceberg?
Le cose belle

foto di francesco fantini
Ho iniziato oggi un corso di un paio di giornate sul reportage sociale a Trieste, presso la sede del circolo Arci L’Officina.
Oggi avrei dovuto essere stata almeno in altri 5-6 posti, ma ormai avevo deciso così e a differenza del solito, quando “sento” che devo per qualche ragione illogica cambiare opzione, ho deciso di restare nell’opzione corso.
E ho avuto ragione!!
Il maestro del corso è il fotografo Francesco Fantini, autore di numerosi lavori di reportage in giro per il mondo, e persona veramente speciale. Chissà se è sempre stato così, non ne conosco il passato, ma certo oggi è uomo di grandi racconti pieni di passione, semplicità e intelligenza. E autore di splendidi cieli e bianchi e neri.
E’ stato veramente bravo, uno che sa parlare bene di fotografia (senza bisogno di citare tempi e diaframmi) e giornalismo, mi ha fornito un sacco di spunti e stimoli, idee, cose su cui pensare. Adesso devo anche ragionare su un piccolo progettino da sviluppare nelle prossime due settimane… che non è facile, nono!
In più ho fatto un incontro noto e un altro ancora semplicemente passeggiando dall’auto al centro. Che dire? Trieste mi fa ancora incontrare molti più volti piacevolmente noti di Pordenone…:( Ma dice l’oroscopo di questa settimana di metter via i rimpianti per quello che non si è riusciti a diventare e non mantenere la rabbia verso chi si ritiene colpevole delle proprie non realizzazioni. E così proverò a far. Sperimentare le cose nuove, provare, e lasciar perdere il resto.
Ma non chiedetemi di regalarvi la mia intelligenza, frammenti della mia memoria, per imparare cose e ricordare senza pagare il prezzo dell’affitto del mio cervello. Non meno di 30 euro l’ora netti mi parrebbero il minimo, no?
Furio Honsell a Trieste e in generale
La manifestazione di oggi ha per la seconda volta affermato in me l’idea che Furio Honsell sia un brav’uomo. Uno che parla e che sente quel che dice. Non vorrei dire, ma secondo me, nonostante non mi ispirino le stesse simpatie politiche le persone con cui si accompagna, beh, ecco, mi pare uno che cerca di fare quel che dice. Magari non ce la fa, però…
Ecco, mi dispiace molto che il suo impegno abbia come conseguenze attacchi più che sostegni da parte del centrosinistra udinese. Mi dispiace molto.
Per questo ho registrato questo pezzo di suo intervento oggi. Perchè un giorno, se riuscirò a conservarlo, ecco, lui è uno di quelli che porterei nella storia della nostra Regione da narrare tra trent’anni. Mi racconta qualcosa di questa storia. E forse in parte la fa.
Per chi suona la vuvuzela?
Oggi a Trieste migliaia di lavoratori, gente, bambini, e qualche studente hanno sfilato per le vie della città in occasione dello sciopero generale indetto dalla CGIL. E per la prima volta ho sentito il suono delle vuvuzele
.
Stavano nelle mani della gente che la mandava a dire a questo governo e alle sue riforme.
Stavano nel senso delle parole del Sindaco di Udine Furio Honsell che ha parlato dal palco, apprezzando di aver visto sentito il corteo entrare in Piazza Unità d’Italia assieme alle note di Bella Ciao: “E’ da qui che nasce la nostra Costituzione”.
Ecco, uno si chiede poi a cosa servono le manifestazioni: beh, servono a raccogliersi, a reinventare sorrisi perduti, traditi, dimenticati. C’erano gli striscioni della Ideal Standard di Orcenico (PN) e quelli della Enron di Monfalcone, mica storielle, storione. e c’erano tanti, tantissimi lavoratori della provincia di Pordenone: dalla scuola, all’Electrolux, dalla funzione pubblica ai pensionati.
E poi c’è stato un tale che ha parlato per i giornalisti della legge bavaglio e di quel che ne consegue.
Vorrei vedere che cosa diranno i telegiornali questa sera, ma per mia fortuna sarò a corso di spagnolo. Vorrei leggere che scriveranno i giornali domani, ma temo che forse non troverò che qualche riga sulle pagine locali. (Come ancora esiste gente convinta che in Abruzzo tutto funzioni per bene…)
Però vabbè continuiamo a credere che il miglior modo di vivere in questo mondo sia convivere con l’eterna paura.
Le vuvuzele comunque credo siano assai difficili da suonare, perchè ho notato il suono uscire in modo orecchiabile solo dai dotati di prominente panzone…
La gara
Scoperte da fine settimana: è in triestino, ma basta la musica per capire…
. E’ o non è carino?

