Ieri, 15 ottobre

Ieri a Roma è sfilata un sacco di gente. Sono rimasta a casa, leggendo l’evolversi dei fatti seguendoli in rete, per poi andare in piazzetta Cavour, a Pordenone. Provinciale? Forse. Ma a me non piacciono le cose che non vengono discusse e condivise per bene. Sarò vecchia, ma mi permetto di dire che in piazza si va sapendo tutti bene il perché e il percome, con chi ci si va, chi si incontra, com’è suddiviso il corteo, etc etc. E quella piazza lì, un po’ troppo emulazione, non me la sono sentita (complici impegni, stanchezza, doveri: ma tutte cose che potevano essere pianificate se ci fossero stati tempi di pianificazione…).

Adesso, ovunque, le polemiche su come sono andate le cose non mancano: gli scontri provocati da quei venti che ne hanno fomentati altri 200 sovrascrivono ogni racconto politico sulle piazze di ieri. Che pure c’è stato. Ma chi se lo ricorderà?

Il compito delle piazze non l’ho mai capito un granchè. Posso arrivarci adesso, dopo anni, pensando alle più vecchie, e mi vien da dire che alle piazze spetta di rappresentare un percorso, un sentito, esprimere una pretesa, una necessità. Così il 2001 era il tempo in cui si criticava la globalizzazione, la legge Turco Napolitano, etc etc. Così il 2003 è stato il tempo dei cortei pacifisti. E non sono state le piazze in sé a dare un senso di crescita collettiva, ma quello che si è sviluppato prima e dopo quei percorsi.

E’ che poi, tutto quel laborio, sconfitto dalla crescita delle guerre, dall’esasperazione dei conflitti, dalla morte del lavoro, da una sorta di effetto collaterale della sconfitta, si è un po’ stancato. Spento. Disabituato.

Se penso che dopo 10 anni da Genova ancora c’era gente che quando sentiva parlare di manifestazione mormorava un “sta attenta”…

Se penso che dopo 10 anni da Genova si era a malapena ricominciato a borbottare qualcosa…

Eppure se avessi dovuto guardare solo piazzetta Cavour a Pordenone, se non avessi letto i Tweet, se non avessi guardato la diretta di Rai News, avrei detto che beh, non stava andando poi così male: vero che la piazza era stata convocata dai soliti noti, ma un 1% di curiosi nuovi si era affacciato, l’ho visto applaudire. Vero che non eravamo tantissimi, faceva un bel freddone, ma almeno un minuscolo quid di diversità c’era. E c’erano un sacco di media, manco fosse qualche cosa nuova e mai accaduta prima in città.

E allora, lì, ho avuto l’impressione, come cosa che da tutto l’anno mi sfiora, che da qualche parte esistono le facce nuove, ma che non si incrociano con quelle vecchie, perché son reti che non si sanno più parlare, pur essendo state magari pure in classe assieme.

E allora, lì, ho avuto come la sensazione che oggi, mentre scivoliamo verso il fondo della parola che nulla sa descrivere più, che se sapessimo costruire intrecci, se sapessimo ripulire l’aria, allora forse sapremmo fare disegni e spiegare le cose, imparare pratiche nuove, rieducarci al confronto.

Non so, sarà perché di discussioni su violenza e nonviolenza e non violenza ne ho seguite tante nella prima metà degli anni 2000, sarà perché ne ho vista la fatica, sarà perché ho sentito il peso dell’impegno che richiede, sarà che una volta mi sono trovata a correre su un campo con un bambino di 4 anni in mano per evitare il fumo dei lacrimogeni, ma sinceramente all’ipocrisia di queste ore di troppi che ragionano peggio di un codice macchina, a 0 e 1 e nulla più, beh, preferisco contrapporre le foto di noi che eravamo cento variabili, molto simbolici, ma in un’ora e mezza almeno ho trovato qualcuno che voleva parlare di come si incontrano le facce nuove necessarie e di qualcun altro che mi raccontava di sperimenti culturali come occasione di confronto.

E io sinceramente preferisco interrogarmi su questo. Perché di tutta la rabbia che c’è in giro, di tutta l’aggressività che si annusa nell’aria, beh, se ne sapeva da un po’. E scongiurare non sempre basta. Un po’ la penso con alcune sfumature diverse forse, come c’è scritto in qualche passaggio nella discussione fatta dai Wu Ming: nella paglia secca basta una scintilla, consapevolezza che andrebbe sempre tenuta presente.

E forse a volte anche del fatto che siamo dentro a un Mondo andrebbe tenuto presente. Dieci anni fa questo contava forse un pochino di più…

P.S.: ad esempio, dichiarare questo fallimento è utile o meno? E in base a cosa dovremmo farlo? Che conseguenze avrebbe? Vorrei sentirmelo spiegare da più voci, guardarle in faccia, capire. Forse sono queste cose qui che mancavano ieri e mancano oggi… Ma vabbè. Punti di vista. Preoccupazioni. Di una che non si tira indietro, ma neppure è sempre disposta a fare numero e basta.

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Pubblicato su Avvenimenti, Luoghi
2 commenti su “Ieri, 15 ottobre
  1. Luca scrive:

    Al ritorno da Roma, mesto, ho pensato che sarebbe stato meglio stare a Pordenone, evitare la trappola, come quella volta a Genova. Condivido quello che scrivi. Ora, a distanza di anni, ho imparato che i rimpianti non servono, né futili polemiche. Ed i problemi rimangono, black bloc o meno e servono soluzioni.
    Non è più tempo per le lacrime, nemmeno quelle dei lacrimogeni o delle discussioni viscerali.

    • sarasx scrive:

      per me è anche il tempo delle discussioni viscerali. Ma che parlano dei problemi e ne trovano una soluzione. fosse solo di sopravvivenza…

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